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Giovedì 3 Settembre 2009, 0:00
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A cavallo tra il 2002 e il 2003, Sulejmanovic ha condiviso con altre cinque persone per circa cinque mesi una cella di 16,2 metri quadri del carcere romano di Rebibbia, essendo ben lontano dunque dal disporre di quei quattro metri quadri pro capite che il Consiglio d'Europa stabilisce quale standard minimo in una cella multipla (in una singola si alza a sette metri quadri) affinché non sia ravvisabile un trattamento inumano e degradante. L'Italia è stata condannata a risarcire moralmente il signor Sulejmanovic versandogli la cifra di mille euro che, seppur simbolica, potrebbe venir moltiplicata per parecchie decine di migliaia di unità. Una consolidata giurisprudenza della Corte stabilisce che condizioni carcerarie inaccettabili configurino violazioni dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che vieta la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti (vedi ad esempio i casi Moisseiev c. Russia, n. 62936/00, 9 ottobre 2008 ; Vlassov c. Russia, n. 78146/01, § 84, 12 giugno 2008 ; Babouchkine c. Russia, n. 67253/01, § 44, 18 ottobre 2007 ; Peers c. Grecia, n. 28524/95, sentenza del 19 aprile 2001, §§ 70-72). La sentenza del caso Sulejmanovic ha un precedente specifico in quella del 15 luglio 2002 relativa alla causa Kalashnikov contro Russia, che esplicitamente sottolinea come l'art. 3 venga oggettivamente violato da certe condizioni materiali di detenzione, a prescindere dall'intenzione dell'istituzione di degradare il detenuto. I ricorsi possono essere effettuati direttamente alla Corte senza essere preceduti da un reclamo al magistrato di sorveglianza nonostante la Convenzione europea preveda che prima di rivolgersi ai giudici di Strasburgo siano esauriti i rimedi giurisdizionali nazionali. Il reclamo al magistrato di sorveglianza segue, però, una procedura amministrativa tant'è che la Corte Costituzionale con sentenza n.26 del 1999 ha invitato il legislatore – senza che da ciò ne sia seguito nulla – a rivedere le norme dell'ordinamento penitenziario sul diritto al reclamo assicurando ai detenuti procedure giurisdizionalizzate. Tra gli istituti interessati dai ricorsi vi sono: Milano Opera, Fossano, Bologna, Pistoia, Torino Vallette, Busto Arsizio, Milano San Vittore, Milano Bollate, Verona Montorio, Roma Regina Coeli, Santa Maria Capua Vetere, Monza, Vallo della Lucania, Caltanissetta, San Gimignano, Brescia. Il sovraffollamento ha raggiunto quote record. Nel carcere di Poggioreale a Napoli, forse il più affollato d'Europa, ci sono 2.700 persone a fronte di una capienza di 1.300; nel carcere di Brescia celle di otto metri quadri ospitano fino a sette detenuti, facendo sì che i letti a castello a tre piani occupino quasi l'intera superficie; il carcere di Belluno ospita cento detenuti presentando una capienza pari alla metà; il carcere Ucciardone di Palermo ospita oltre il doppio delle 378 unità regolamentari, arrivando a recludere dodici persone in una cella da quattro. Da segnalare la comunicazione ricevuta dal carcere di Vercelli e firmata da ben 73 detenuti, vale a dire tutti quelli presenti nella sezione di Alta Sicurezza che all'unanimità chiedono ad Antigone di farsi tramite del loro ricorso alla Corte europea per essere costretti a vivere per oltre 18 ore al giorno in due persone in celle dove la superficie calpestabile è di 6,12 metri quadri. La sezione, capace di ospitare complessivamente 34 detenuti, ne ospita invece appunto 73. I numeri delle carceri Sono 63.981 i detenuti nelle carceri italiane. Il dato, pubblicato sul sito del ministero della Giustizia, è aggiornato a ieri l'altro. Dal 30 luglio scorso, quando il loro numero si attestava a 63.587, i detenuti risultano aumentati di 394 unità. Degli oltre 63 mila ristretti in cella, 30.440 sono in attesa di giudizio definitivo, mentre 31.562 sono già stati condannati. Gli internati, invece, sono 1.881. Alto il numero di detenuti stranieri, 23.696, di cui 13.424 imputati, 10.101 condannati e 149 internati.
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