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Nucleare: Italia Senza Ingegneri Per Esodi e Tagli Universita'
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(ASCA) - Roma, 5 ott - L'Italia si prepara a fare il suo
grande ritorno all'energia nucleare, si stanno pianificando
ben 8 nuove centrali, ma rischia di restare senza ingegneri
che le facciano funzionare anche a causa dei tagli alla
ricerca che hanno colpito anche questo settore della
formazione universitaria e post-universitaria. Non solo, ma
la domanda di queste professionalita' sta conoscendo un vero
e proprio 'boom' a livello internazionale e i pochi laureati
italiani, in questi anni, spesso hanno scelto di fare le
valigie e andare all'estero dove e' in pieno svolgimento il
primo ricambio generazionale tra gli ingegneri che hanno
avviato l'esperienza del nucleare civile.
I numeri, significativi, sono stati presentati dal
professor Marco Ricotti del Dipartimento Energia del
Politecnico di Milano e componente del Consorzio
Internuniversitario per la Ricerca Tecnologia Nucleare nel
corso di un seminario promosso dall'Enel (Milano:
ENEL.MI - notizie) .
Basti pensare che per operare una centrale EPR, dello
stesso tipo di quelle che Enel costruira' in Italia, sono
necessari 300 tra ingegneri e tecnici altamente
specializzati, senza contare la fase di costruzione (per la
quale sono impiegati 600 tra ingegneri e tecnici e 2.500
persone in cantiere) e tutto l'indotto tecnologico. E la
domanda e' talmente alta che molte aziende assumono ingegneri
anche con preparazioni diverse da quella nucleare per poi dar
loro una formazione specifica ''in casa''.
Proprio per la fase di ricambio generazionale che si sta
vivendo in questi anni i paesi piu' coinvolti nel nucleare
civile hanno avviato massicci investimenti in ricerca e
grandi campagne di assunzioni di ingegneri specializzati.
Negli Stati Uniti (dati Politecnico di Milano) sono partiti
piani di nuove assunzioni da parte di tutte le aziende
coinvolte nella filiera (1.200 ingegneri dalla sola
Westinghouse) e' stato avviato il Nuclear Energy Universities
Program; sono stati rafforzati i master post-universitari in
nuclear engineering (piu' di 100 studenti l'anno nella sola
Pittsburgh University) e garantiti finanziamenti a nuovi
progetti di ricerca per oltre 50 milioni di dollari.
Stessa impostazione in Gran Bretagna, un paese che come
l'Italia ha deciso da poco di rilanciare il suo programma
nucleare. E' stata individuata l'Universita' di Manchester (MNCS.OB - notizie)
come centro di formazione e di ricerca di riferimento per
l'atomo e sono stati investiti 50 milioni di sterline per la
creazione di nuovi laboratori e la formazione di 50
ricercatori ogni anno nel settore nucleare. Questi programmi
sono stati decisi, ha spiegato il professor Tim Abram
dell'Univesita' di Manchester, perche' ''c'e' una grande
domanda mondiale di competenze nucleari ed e' molto difficile
importare personale con questa preparazione''. Per questo
''nuovo personale specializzato puo' uscire solo da un
percorso formativo nazionale''.
In Italia siamo decisamente indietro. Ad oggi, ha spiegato
il professor Ricotti, vengono formati solo 60-70 studenti
l'anno su tematiche nucleari ''e molti di loro vengono subito
assorbiti dalla domanda estera'' anche per ''l'ottima
reputazione dei laureati e dei dottorati italiani
all'estero''. Prima del referendum sul nucleare si e'
arrivati a far uscire dalle universita' nazionali tra i 250 e
i 270 ingegneri nucleari ed erano attivi ben 8 reattori
sperimentali rispetto ai 2 che lavorano oggi. Problemi anche
per il corpo dei docenti specializzato in nucleare. Nelle sei
universita' che hanno mantenuto un insegnamento in campo
nucleare (Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Alma
Mater di Bologna, Universita' di Pisa, La Sapienza di Roma e
Universita' di Palermo) il numero di docenti e' limitato
complessivamente a 70 unita' stabili ''e molti andranno in
pensione senza che sia ancora previsto come rimpiazzarli''
aiutati da circa 150 persone con contratti a tempo
determinato tra docenti, assegnisti di ricerca e
collaboratori. In piu' sembra che ci sia almeno qualche
incoerenza tra la programmazione industriale e quella
formativa visto che al Politecnico di Milano ''sono stati
tagliati i fondi per la ricerca - rileva il prof. Ricotti -
Per dare un'idea, fatta 100 l'esigenza che avevamo, il
Ministero ci ha riconosciuto circa 51-52. E' un taglio di
oltre 40 punti ma bisogna anche tener presente che si tratta
complessivamente di qualche centinaio di migiaia di euro''.
Per questo, secondo Ricotti, sono necessarie ''azioni
urgenti specifiche'' per mettersi al passo con gli altri
paesi e che favoriscano formazione e ricerca come ''mantenere
i collegamenti internazionali delle universita' italiane,
aprire un tavolo stabile con l'industria nazionale e
supportare la formazione soprattutto di alto livello''. Ma
anche aumentare i fondi ministeriali sul nucleare e
''includere questo settore del programma Borse Fondo Giovani
del ministero dell'Universita' e della Ricerca''. In sostanza
riannodare quel ''legame virtuoso tra ricerca, universita' e
industria necessario in ogni settore industriale ma
storicamente di successo nel settore nucleare''.
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