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Eni: c'è chi dice di dividerla e chi chiede un'alleanza
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Sicuramente Eni è sotto pressione internazionale. La più grande società italiana che da sola copre circa un quinto della capitalizzazione di Piazza Affari e che garantisce la sicurezza energetica nazionale è, infatti, oggetto di spinte, pressioni e consigli interessati da parte di soggetti di tutti i
tipi.
Alcune pressioni vengono da testate internazionali (non sempre vicine agli interessi italiani) come il Financial Times o da fondi di investimento come Kvma che hanno di recente rilanciato l'ipotesi di uno scorporo dell'upstream di Eni (Milano: ENI.MI - notizie) , ossia delle attività di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di gas o petrolio, da quelle del downstream, ossia dalla distribuzione. Queste ultime sono quasi tutte affidate a Snam Rete Gas (Milano: SRG.MI - notizie) che controlla praticamente tutta la rete del gas italiano accessi inclusi e con le eccezioni (destinate però a crescere nel tempo) di nascenti progetti di altri gruppi come Edison (Milano: EDN.MI - notizie) e in generale delle multiutility italiane. In poche parole Knight Vinke Asset Management, un fondo diretto da Eric Raimondo Knight suggerisce di separare le attività di Exploration e Production che sono poi quelle con le quali Eni ricerca, estrae e produce gas e petrolio, dal resto della società (le due business unit di commercializzazione e di raffinazione). L'ipotesi sembra essere stata bocciata dalla maggior parte degli analisti (un resoconto dettagliato su MF di oggi). D'altra parte anche le altre major del settore trattano a sconto rispetto alla somma delle proprie parti e quindi in un certo senso il caso Eni non costituisce un unicum. Di certo il processo di deintegrazione verticale è comune a molte delle grandi società del settore a livello globale e forse solo Total (FP.NX - notizie) ha una struttura completa come quella di Eni. Ma sarebbe stato possibile firmare i contratti nigeriani o partecipare al progetto Southstream senza questa presenza forte a tutti i livelli del business? Proprio a proposito di South Stream è utile ricordare che ieri Paolo Scaroni ha incontrato il presidente di Gazprom Alexey Miller ed entrambi hanno parlato anche della possibilità di un ingresso di un terzo socio in South Stream, il maxigasdotto che dovrebbe collegare la Russia con l'Europa e l'Italia via Mar Caspio. La realizzazione della maxipipeline da 61 miliardi di metri cubi dovrebbe terminare nel 2015 e le prime pietre sarebbero da porre giò dall'anno prossimo visto che ancora si è alla fase di studio di fattibilità. Insomma il tempo stringe. Questo terzo socio porterà a dei ritardi? Difficile da dire, anche se per questi progetti servono soldi e acquirenti in egual misura (i produttori russi già ci sono). Di certo è facile immaginare che l'eventuale terzo socio sia la francese EdF (Parigi: FR0010242511 - notizie) che ha già ammesso pubblicamente per bocca del presidente uscente Pierre Gadonneix un interesse per questo progetto. Insomma Parigi, già in trattative con l'Italia sul nucleare, si avvicina sempre di più a Roma nell'ambito del settore energetico: c'è solo da sperare che questo non significhi che Roma o Milano facciano dei passi indietro.
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