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Giovedì 7 Maggio 2009, 14:07

Unioncamere: prospettive negative per l'occupazione (SPALLA)

Di Pierpaolo Molinengo

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Le elaborazioni sulle prime 57mila imprese intervistate nell'ambito dell'indagine Excelsior (BAUH3.SA - notizie) 2009 (realizzata da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro) mostrano in complesso la conferma di prospettive occupazionali negative, con un saldo stimato che per il 2009 sfiora il -2% sostanzialmente per tutte le dimensioni di impresa. Considerata l'intensità della crisi in corso e il pesante impatto occupazionale che questa sta avendo e si prevede abbia anche in altri paesi, la flessione attesa per il 2009 può essere considerata tutto sommato abbastanza contenuta.

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Al di là degli specifici andamenti settoriali, territoriali e dimensionali, l'orientamento delle imprese sembra quello di non voler disperdere professionalità per trovarsi nelle condizioni di cogliere eventuali segnali di ripresa già nel corso dell'anno. Una conferma di tali orientamenti aziendali è data dal sensibile calo del ricorso a personale con contratto a tempo determinato.

La stima di Excelsior è il risultato di una significativa riduzione delle assunzioni previste ma non di un aumento delle uscite, sostanzialmente in linea con quelle dello scorso anno. Il tasso di entrata si attesta infatti attorno al 6% (era il 9,5% nel 2008), mentre il tasso di uscita si colloca all'8% (era l'8,5% lo scorso anno), con un saldo vicino al -2%.

La natura stessa della crisi (legata alla flessione della domanda di beni soprattutto durevoli e semi-durevoli), spiega perché l'impatto occupazionale più evidente sia previsto per le imprese industriali (-2,5% la variazione attesa dello stock dei dipendenti tra la fine del 2008 e a fine del 2009) rispetto a quelle delle attività terziarie (-1,4%). All'interno del manifatturiero, per alcune produzioni di punta del made in Italy come il “sistema moda”, l'arredamento, i beni per la casa e il tempo libero, il calo dei consumi atteso nel corso del 2009 (sia sul mercato nazionale, sia soprattutto sui principali mercati esteri di sbocco) potrebbe determinare una diminuzione dei livelli occupazionali intorno al 3%. In linea con la media dell'intero settore industriale dovrebbero invece collocarsi alcune attività che negli ultimi anni hanno visto una sensibile espansione produttiva e, in parte, anche della manodopera: lavorazione dei metalli, meccanica e edilizia. Più attenuata, ma sempre consistente (tra il -1,5% e il -2,0%), è la flessione rilevata in settori più al riparo dalla crisi internazionale (come l'alimentare e la filiera dell'energia) o a maggior contenuto tecnologico (come l'elettronica).

Tra le attività terziarie, il più marcato calo occupazionale è atteso dalle imprese della filiera turistica (-2,6% per alberghi, ristoranti e servizi turistici), seguite da quelle del commercio all'ingrosso, dell'istruzione privata, dei trasporti e logistica, del credito e assicurazioni. Alcuni servizi dal profilo knowledge intensive (servizi avanzati alle imprese, sanità, studi professionali e, in seconda battuta, informatica e telecomunicazioni) fanno invece registrare tassi di variazione ancora negativi ma sensibilmente più contenuti degli altri.

Più contenuta la flessione occupazionale del Nord Ovest (-1,7%), a fronte di un calo che nelle altre regioni italiane dovrebbe attestarsi intorno al -2,0%. Sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese - comprese quelle a carattere artigianale – a mostrare la più intensa contrazione occupazionale (-2,5%), soprattutto tra le unità manifatturiere (-3,5%).

Il clima d'affari dà segni di miglioramento
Se i programmi occupazionali delle imprese confermano come il cuore della crisi sia principalmente individuabile nell'industria manifatturiera, i più recenti dati congiunturali a disposizione - rilevati da Unioncamere nel corso del mese di aprile - evidenziano alcuni primi segnali di miglioramento, tali da far presagire una stabilizzazione della caduta dell'attività produttiva.

Le previsioni formulate dagli imprenditori per il II trimestre 2009, infatti, appaiono decisamente meno negative di quelle espresse a dicembre in merito all'andamento del I trimestre dell'anno. Per il periodo aprile-giugno 2009, il 22% delle imprese prevede una crescita del fatturato rispetto al I trimestre del 2009, mentre il 27% si attende una diminuzione. Il saldo si attesta pertanto a –5 punti percentuali, segnando un deciso miglioramento rispetto ai –27 registrati nelle previsioni del I trimestre. Analogo andamento si rileva nelle previsioni per la produzione (-6 il saldo delle attese per aprile-giugno contro –26 del trimestre precedente).

Una moderata fiducia per una prossima ripresa della domanda interna – in parte legata a ragioni di natura stagionale - emerge anche dai dati relativi alle previsioni dichiarate dalle imprese commerciali in merito al fatturato atteso per il II trimestre 2009: il saldo tra chi prevede un aumento e chi una diminuzione delle vendite è di poco positivo e pari a +2 punti (nell'indagine del IV trimestre 2008 la previsione per il I trimestre del 2009 si era attestato a -16).

La fiducia si concentra nelle imprese di maggiore dimensione (il cui saldo segna +14 punti percentuali), in netta risalita rispetto al -22 rilevato per i primi tre mesi del 2009. Continuano, invece, ad evidenziare una certa preoccupazione le aziende commerciali con meno di 20 dipendenti, per le quali il saldo atteso tra aprile e giugno è negativo di -5 punti percentuali, comunque più contenuto rispetto al -12 formulato alla fine dello scorso anno.

Si attenua il credit-crunch
Uno dei più evidenti effetti della crisi, tra quelli segnalati dagli operatori negli scorsi mesi, è stato il peggioramento dei rapporti delle imprese con gli istituti di credito. Sulla base dei risultati di un'indagine condotta ad aprile dal Centro Studi Unioncamere su un campione di oltre 1.200 piccole e medie imprese manifatturiere, il quadro degli ultimi mesi sembra indicare, almeno in parte, un rientro di tali difficoltà.

La quota di PMI che dichiara di aver avuto difficoltà nell'accesso al credito bancario negli ultimi sei mesi risulta infatti pari al 19,8%, in calo di 9 punti percentuali rispetto al 28,9% evidenziato in un'indagine simile (anche se non perfettamente confrontabile) condotta a febbraio. Al 20% circa che segnala di avere avuto difficoltà, va aggiunto un 46,1% che non segnala alcun aggravio e un restante 34,1% che non ha richiesto prestiti e finanziamenti alle banche nel corso dello stesso periodo (in parte per decisioni di rinvio degli investimenti).

Le difficoltà nell'accesso al credito bancario si sono tradotte in primo luogo nella limitazione dell'ammontare del credito erogabile (che concentra la metà delle dichiarazioni raccolte), seguita dal livello degli spread e, dunque, da un costo del danaro più elevato (35,3% delle segnalazioni di difficoltà), nonché dall'incremento delle garanzie richieste (33,7%); un ulteriore 20% circa delle aziende segnala infine di aver visto respinta la richiesta di concessione di un nuovo finanziamento.

Le imprese del Nord-Est sono quelle che con più frequenza hanno sperimentato un aumento del costo del danaro (42% di quelle che indicano difficoltà di accesso al credito), al Nord-Ovest si avverte una maggiore richiesta di garanzie reali (41%), mentre nel Mezzogiorno le aziende soffrono in misura maggiore di limitazioni nell'entità (58%) o del rifiuto del finanziamento richiesto (25% circa di quelle che hanno evidenziato difficoltà).

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