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Giovedě 16 Luglio 2009, 0:00

Braccio di ferro sulle tariffe forensi

Di Pagina a cura di Gabriele Ventura

Italia Oggi

Sulle tariffe minime inderogabili è braccio di ferro tra senato e avvocatura. Dopo l'incontro dell'altro ieri tra il comitato ristretto della Commissione giustizia di palazzo Madama, che ha messo a punto il riordino dell'ordinamento, e le varie anime della categoria, sul piede di guerra per la mancata abrogazione del decreto Bersani (si veda ItaliaOggi di ieri), i senatori hanno fatto marcia

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Nel testo, pubblicato sul sito del senato, che fino a oggi pomeriggio sarà oggetto di emendamenti, le tariffe minime sono tornate «inderogabili e vincolanti». Partita chiusa? Assolutamente no. Perché prima che la riforma approdi in Commissione giustizia, martedì prossimo, il comitato dei nove ha intenzione di modificare nuovamente la norma, trovando una via di mezzo tra il rischio di incorrere in censure dell'Unione europea e la necessità dell'avvocatura di porre dei vincoli sugli onorari per «salvaguardare la dignità della professione». «Siamo dell'avviso che su questo punto una ulteriore riflessione vada fatta», ha detto a ItaliaOggi Carlo Chiurazzi (Pd), componente del comitato ristretto insieme a Gianpiero D'Alia (Udc), Luigi Li Gotti (Idv), Piero Longo (Pdl), Sandro Mazzatorta (LnP), Franco Mugnai (Pdl), Giovanni Pistorio (Movimento per l'Autonomia), Giuseppe Valentino (Pdl), «da un lato c'è l'esigenza dell'avvocatura di salvaguardare la dignità della professione con i minimi tariffari inderogabili.

Dall'altro, però, c'è un preciso indirizzo dell'Unione europea che non vuole porre limiti al libero esercizio delle attività professionali. Prima che inizino i lavori della Commissione, martedì prossimo, dovremo determinare una nuova configurazione giuridica che dia una soluzione a questi due problemi».

Ricapitolando il tira e molla tra avvocatura e Senato, il testo inviato dal Consiglio nazionale forense al ministro della giustizia, Angelino Alfano, a marzo scorso, conteneva, all'art. 12, il principio secondo cui «gli onorari minimi e massimi sono sempre vincolanti, a pena di nullità, tranne che nelle particolari ipotesi disciplinate dalle tariffe» (comma 5). E, al comma 9, l'abrogazione delle disposizioni del decreto Bersani per gli avvocati. Il comitato ristretto della Commissione giustizia, guidata da Filippo Berselli, dopo varie riunioni, ha inviato settimana scorsa alle anime rappresentative della categoria la bozza di riordino dell'ordinamento forense da sottoporre al vaglio della Commissione, con alcune modifiche rispetto al testo del Cnf. Tra queste, la soppressione dell'abrogazione dell'art. 2 del decreto legge n. 223/2006 e la modifica del comma 5 in «gli onorari minimi sono, in via di principio, vincolanti». Formula che non è andata giù al Consiglio nazionale forense e all'Oua, che l'altro ieri mattina hanno contestato questa e altre modifiche alla riforma del Cnf.

A fine riunione, i senatori hanno corretto il tiro. E infatti il testo pubblicato nel pomeriggio sul sito di Palazzo Madama contiene un comma 5 nuovamente modificato: «Gli onorari minimi sono inderogabili e  vincolanti». Per quanto riguarda invece gli altri punti di disaccordo tra la categoria e il comitato ristretto, poche le novità. Il divieto del patto di quota lite, reintrodotto dall'avvocatura, resta cancellato come nella precedente bozza. È stato invece reinserito, tra i requisiti di iscrizione all'albo, la lettera f). E cioè «essere di condotta irreprensibile; il relativo accertamento è compiuto dal consiglio dell'ordine, osservate le norme dei procedimenti disciplinari, in quanto applicabili».

Nessuna novità, invece, per l'art. 31, sulla durata e composizione del Consiglio nazionale forense. In particolare, il comma 2 del testo dell'avvocatura prevedeva che il Cnf fosse composto da avvocati aventi i requisiti necessari, «in numero di un componente per ciascun distretto di Corte d'appello». Mentre i senatori l'hanno modificato prevedendo che «ciascun distretto di Corte d'appello elegge un componente se il numero degli avvocati iscritti all'albo è inferiore a diecimila e due componenti se il numero degli iscritti è superiore».



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