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Giovedì 17 Aprile 2008, 0:00
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Visto il compito e dopo aver dato, a Ginevra, una rapida e competente occhiata alla sua cartella clinica, Marchionne era arrivato a Torino in maglione. Per svolgere il suo compito, non valeva nemmeno la pena di cambiarsi d'abito. E in maglione c'è poi restato, anche se, con lui, la Fiat si è messa a correre. Infatti, tra lo sbalordimento divertito di tutti che si aspettavano (ridendo sotto i baffi, anche quando non ce li avevano) che Marchionne andasse a sbattere, il manager italo-canado-svizzero disse alla Fiat: «Alzati e cammina». E la Fiat, trasgredendo gli ordini di Marchionne, da allora si è messa addirittura a correre. In campo giornalistico-editoriale, il ruolo del capo è ancor più rilevante e immediato. Un bravo direttore infatti è come una fleboclisi, per la sua testata. Passa immediatamente in circolo. Se al vertice di un giornale c'è un generale ottimo, il giornale vince, qualsiasi sia la redazione sulla quale egli può fare affidamento. Se al vertice di un giornale c'è un generale scadente, succede esattamente l'opposto. La casistica al riguardo è clamorosamente concordante. Per esempio Carlo Verdelli, attuale direttore della Gazzetta dello Sport, non sapendo che la cosa era impossibile, ha insegnato agli americani come si deve fare Vanity Fair per riuscire ad attrarre gli inserzionisti più che la carta moschicida nei confronti delle mosche e per venderla più delle brioches. Adesso, alla “rosea”, Verdelli sta ripetendo un'altra volta il suo precedente exploit che sembrava insuperabile. Ieri, infatti, ItaliaOggi ha anticipato in esclusiva che, nel mese di marzo, mentre tutti gli altri grandi quotidiani italiani arrancavano visibilmente, in evidente debito di ossigeno, la Gazzetta dello Sport ha messo a segno, con un disinvolto passo da gazzella, un clamoroso +7,5%.Da ieri l'altro, inoltre, nel presentare i primi risultati della tornata elettorale, un altro direttore, da pochissimo tempo ritornato alla casella di partenza, come nel Monopoli d'altri tempi, ha dimostrato che un direttore, in un giornale, è tutto (anche se questo principio è difficile da far digerire al sindacato dei giornalisti, e si capisce; ma persino, e non si sa bene perché, persino a molti vertici editoriali che nominano i direttori come si tirano le carte da un mazzo: a caso, fidando nella statistica. E i risultati-flop, alcuni dei quali sono stati commentati anche su queste pagine, si vedono). Il golden editor della settimana è sicuramente Antonio Polito, direttore de il Riformista, il quotidiano politico romano che lui aveva fondato ma che aveva poi lasciato improvvisamente, irretito dalle sirene di Francesco Rutelli, per andare a dormire sui tavoli del Senato per conto della Margherita. Stufo di dormire a palazzo Madama e approfittando della chiusura anticipata della legislatura, Polito è stato in corsa per diventare direttore de l'Unità. Ma i redattori di quest'ultima, avendo capito che Polito l'avrebbe trasformata in un quotidiano autorevole, moderno e diffuso, lo hanno subito rifiutato. Vade retro. È stato, quello, uno visibile smacco per Polito («diciamo delusione»), ma è stato anche una sicura benedizione per il Riformista, un giornale che, in questi due ultimi anni, lontano appunto dalle cure di Polito, era sfiorito come un geranio trascurato dall'annaffiatoio. Polito quindi ha ripreso in mano il Riformista e, con la stessa redazione, lo ha subito fatto impennare come un misirizzi. Il giorno dopo le elezioni, se un lettore avesse voluto capire fino in fondo che cosa era successo nelle urne, non doveva rifugiarsi sui grandi giornali (pieni di tabelle ma poveri di sostanza politica oggettiva), né doveva «rincoglionirsi» per ore seguendo i dibattiti a vuoto in corso sugli schermi televisivi, ma doveva indugiare sulle colonne di questo minuscolo quotidiano (12 pagine al massimo) e pressoché clandestino, ma anche rigurgitante di idee fresche, non preconcette. Ieri, per esempio, il sommario di prima pagina del Riformista, sotto il titolo, «Lo tsunami arriva a Roma», era secco come una raffica di kalashnikof: «Rutelli rischia, Illy sconfitto, la Finocchiaro umiliata in Sicilia. Un Berlusconi-Bossi-Letta: Alitalia (Milano: AZA.MI - notizie) all'Italia, Senato a noi». Poche parole, concetti chiari, fatti e interpretazione dei fatti. La prima pagina del Riformista è un'effervescenza sola. Si può non essere d'accordo sulle sue tesi, ma non se ne può restare indifferenti. «Falce e Caroccio, e la Lega prenota il Pirellone» sulla sfondamento del partito di Bossi nell'elettorato rosso che proietta la Lega a rivendicare addirittura la presidenza della prima Regione d'Italia, la Lombardia. «Rovati, il fondatore che vota per l'Udc»: Angelo Rovati, che fu uno dei 45 saggi che fissarono i valori del Pd, adesso, confermando il baillamme delle idee e dei comportamenti in corso nel paese, dichiara che ha votato per Casini. «Silvio vince perché ti guarda negli occhi. La sinistra no, perché ha già capito tutto», spiega Francesco Bonami, curatore del Museum of Contemporary Art di Chicago. «La Cosa rossa si è rotta» è la tesi di Alessandro de Angelis. Mentre lo storico e politologo Gaetano Quagliariello (altro che lo sgonfiato e divagante Giovanni Sartori) officia sotto il titolo: «Perché la Terza repubblica sarà diversa». Peppino Caldarola inoltre spiega, cifre alla mano, che il fenomeno Walter Veltroni ha preso solo 160 mila voti di quanti ne prese l'Ulivo due anni fa mentre Antonio Polito, senza se e senza ma, titola il suo fondo: «Aprire il dialogo con l'Italia berlusconiana». Lo smalto di questo grande-piccolo giornale, gravido di intelligenza irriverente e trasversale, rifulge di più anche perché, dopo la batosta elettorale di Giuliano Ferrara e l'indigestione nei mesi passati di temi riproduttivi, il Foglio si è presentato appannato al commento delle elezioni. Questione di tempo, però, credo. Scopri l'archivio di Italia Oggi dal 1993 ad oggi |
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