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Venerdì 17 Luglio 2009, 12:40
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* Rimpatrio di capitali potrebbe arrivare a 50-100 miliardi * Timing opportuno, aliquota equilibrata rispetto attese * Non escluso impatto su Borsa e su gerarchia banche * Perplessità per l'esclusione degli illeciti societari di Elisabetta Andreis Il nuovo scudo fiscale presentato dal governo raccoglie un moderato consenso tra gli operatori del private banking italiano, fiduciosi che il rientro di capitali dall'estero possa arrivare tra i 50 e i 100 miliardi di euro e quindi condurre a un gettito tra i 2,5 e i 5 miliardi. Il timing scelto dal governo, poi, secondo molti operatori ben si combina con la minore appetibilità degli investimenti finanziari all'estero, di cui oggi si lamentano costi, scarsa possibilità di controllo ed elevato grado di rischio. Il rientro di capitali, dice qualcuno, potrebbe avere impatto sulla liquidità del mercato azionario in Italia e forse favorire i piccoli gruppi bancari rispetto ai colossi tradizionali della finanza. Infine il capitolo aliquota: fissata al 5%, che ai più sembra equilibrata, è comunque inferiore al temuto 7,5%. Pareri discordanti, però, sull'opportunità del calcolo forfettario in base al rendimento lordo presunto del 2%. Le perplessità ricorrenti tra gli esperti contattati da Reuters sono invece riconducibili soprattutto a due ordini di fattori. Il primo, sostenuto da chi avrebbe voluto l'estensione dello scudo a bancarotta e falso in bilancio, è che il "condono" sana solo gli illeciti per le persone fisiche e non anche quelli delle persone giuridiche. Il secondo è che gli effetti dureranno probabilmente per un periodo limitato, poi si tornerà alla situazione precedente. POTENZIALITA' DELLA MANOVRA Secondo Marco Cascino, AD della Cordusio Fiduciaria che fa capo al gruppo Unicredit (Milano: UCG.MI - notizie) , una stima di rientro dei capitali per 50-100 miliardi "è realistica e forse si può immaginare anche un ordine di grandezza superiore". Concorda Saverio Perissinotto, AD della fiduciaria Sirefid del gruppo Intesa San Paolo e condirettore generale di Intesa Private Banking: "se fuori dall'Italia ci sono circa 300 miliardi, mi pare plausibile che ne rimpatrino da 70 a 125", dice. Cascino sostiene che da anni mantenere all'estero i patrimoni è "meno allettante" per una serie di ragioni. Intanto "è venuto meno il rischio di svalutazione della lira. Poi gli strumenti finanziari esteri che parevano più evoluti di quelli domestici si sono rivelati molto rischiosi ed infine si è fortemente attenuato il rischio-Paese relativo all'Italia". Ma rispetto agli ultimi "condoni" questa manovra ha anche due carte in più da giocare: "i paradisi fiscali, anche per il nuovo orientamento americano, sono entrati con maggior vigore nel mirino di tutti gli stati avanzati". Cascino ricorda infine che "per la prima volta è stata messa davvero in discussione la legittimità del segreto bancario". Per Sergio Rogani, AD di UBS Fiduciaria, con la crisi si è fatto largo un desiderio di maggior controllo sui propri patrimoni. Nell'ultimo anno "è apparso evidente che se i fondi sono fuori dall'Italia c'è meno controllo e le modifiche sul portafoglio, in caso di necessità, sono meno tempestive", afferma echeggiando una opinione comune. "Se si hanno soldi nei paradisi fiscali tra strutturati, hedge fund e altri prodotti complicatissimi non non c'è proprio controllo sullo stato del proprio portafoglio", fa eco un altro. Per un terzo gli investitori sono "esasperati" per i risultati "disastrosi" di gestioni estere "fuori controllo" e meditano investimenti immobiliari o alternativi in Italia. "Non mi stupirebbe, come effetto del rientro dei capitali, un impatto significativo sulla liquidità dell'azionario a Piazza Affari", azzarda. L'incentivo a riportare in Italia i capitali è però anche legato a minori costi di amministrazione e gestione. In primo luogo, dice un private banker, "in Italia c'è una possibilità di negoziare le condizioni - che fuori è molto limitata, vista la delicatezza dei depositi". Inoltre "le visite alle 'casseforti' fuori dai confini nazionali sono solo sporadiche e i gestori hanno quasi carta bianca". Un operatore sottolinea cita anche le sanzioni previste per chi non aderisce, passate dal range 5/25% a quello 10/50% sull'ammontare non dichiarato. "Anche questo potrebbe spingere qualcuno a rientrare coi propri capitali, dice. Senza contare che "lo scudo fiscale consente l'anonimato nei confronti del fisco, altro elemento positivo se visto con gli occhi di chi non si è mosso in modo trasparente con i propri investimenti". LACUNE E PERPLESSITA' Alcuni, meno ottimisti, sono persuasi che con una manovra così congegnata i capitali sulla strada del rimpatrio sarebbero più vicini ai 50 miliardi che non ai 100, con un gettito conseguente limitato a 2,5-3 miliardi per lo Stato. "Chi ipotizza un rientro di capitali appena sotto i 100 miliardi mi pare fuori strada, già 60 sarebbero un traguardo ottimistico", dice per esempio un private banker con sede a Londra - pur ammettendo che le reali disponibilità italiane all'estero sono "di molto superiori alle abituali stime". Una cifra verosimile "potrebbe essere sui 500 miliardi", dice. Perissinotto torna con convinzione sul tema dell'esclusione delle persone giuridiche. "Una forma di guarantigia per le aziende sarebbe servita come molla per utilizzare i denari rimpatriati dalle persone fisiche a beneficio delle imprese", afferma. "Se il condono non include gli illeciti societari è decisamente meno attraente di quanto avrebbe potuto essere", fa eco uno dei private banker. La prima formulazione dello scudo fiscale prevedeva la copertura anche per falso in bilancio e bancarotta. "Il provvedimento avrebbe dovuto includere le imprese, visto il recente periodo di stretta creditizia che ha pesato sulle aziende e vista la scarsa liquidità presente nel sistema", incalza un terzo. Ma sono in molti a ritenere l'esclusione degli illeciti delle persone giuridiche una strada "tutto sommato dovuta anche perchè sull'Iva ci sono ormai tutti i vincoli europei", come dice uno di loro. Questa esclusione porterà a un minor gettito da scudo, dicono gli esperti. "Farà rientrare i patrimoni chi in passato è entrato in possesso di una ricchezza one-shot come eredità e lotterie; più difficilmente ne approfitterà la massa degli imprenditori medi", sostiene uno di loro. "Se un un manager riporta molti fondi in Italia ci si potrebbe chiedere da dove viene tutta quella ricchezza, soprattutto se la sua azienda adesso è in difficoltà, e se è rinvenibile un illecito è societario", fa eco un altro degli esperti che chiede di rimanere anonimo. L'altra perplessità sollevata da più di un operatore riguarda la concreta utilità di questo tipo di condoni. "Servono a far cassa ma gli effetti sul sistema durano al massimo un paio di anni", dice per esempio uno dei private banker, "poi i fondi all'estero vengono ricostituiti così come erano prima", vista l'appetibilità fiscale dei condoni fatti finora in Italia. E, rispetto alle gerarchie passate tra banche, lo scudo potrebbe questa volta favorire i piccoli istituti finanziari alternativi rispetto ai circuiti tradizionali. Spiega un private banker con sede a Milano: "l'imprenditore che ha il proprio patrimonio personale in qualche grande banca di Lugano e in Italia è responsabile di una azienda indebitata non rimpatrierà certo i propri capitali veicolandoli sull'istituto utilizzato dalla società, che potrebbe chiedergliene ragione: tenderà invece a scegliere un circuito alternativo, magari di quelli minori e meno in vista". dice. ALIQUOTA D'EQUILIBRIO Nessuno degli esperti sentiti da Reuters giudica eccessiva l'aliquota del 5%. "E' equilibrata e dovrebbe permettere una base imponibile abbastanza larga", sostiene Perissinotto. "E' molto bassa se paragonata a quella degli altri Paesi, Usa e GB in primis", fa eco un private banker che chiede di non essere citato. "E' inferiore al 7,5% che ci aspettavamo", dice un terzo. Ed ipotizza che l'onere del pagamento potrebbe non ricadere in toto sul cliente: "le banche troveranno il modo di offrire, 'in cambio' del rimpatrio, prodotti più convenienti del normale", scommette. |
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