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Sabato 19 Aprile 2008, 0:00
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Come Mauro Vallinotto, un fotoreporter con oltre 30 anni di carriera sulle spalle che ha pubblicato dagli anni 70 a oggi le sue immagini su centinaia di giornali di tutto il mondo. Recentemente ha curato la raccolta e la scelta delle fotografie utilizzate nello spot di lancio della nuova Fiat (Milano: F.MI - notizie) 500, un filmato di grande impatto emotivo che in 90 secondi ripercorre la storia italiana degli ultimi cinquanta anni.Dopo aver lavorato come fotoreporter a Panorama, Espresso, Famiglia Cristiana e il Venerdì di Repubblica, è diventato photo editor, prima a Specchio, il magazine de La Stampa, poi allo stesso quotidiano torinese, uno dei pochissimi a prevedere la presenza in redazione di questa figura professionale.Vallinotto è l'unico photo editor attualmente in servizio in un quotidiano nazionale. Il suo lavoro consiste nel trovare le fotografie di cui il giornale ha bisogno, cercandole e acquistandole da un centinaio di agenzie, italiane e internazionali, e da diversi fotografi con i quali La Stampa (che non ha fotoreporter alle sue dipendenze) ha stretto accordi di collaborazione.Ma come le trova? "Ogni giorno devo trovare un centinaio di foto e per scegliere le migliori devo vederne almeno 1.300-1.500", dice Vallinotto. "Il fattore tempo diventa quindi fondamentale. Per questo oggi un fotoreporter, se vuole lavorare e vendere le sue foto a un quotidiano, o lavora per le agenzie più strutturate oppure si deve attrezzare, da solo o associarsi con altri fotografi per essere in grado di competere, investendo almeno 100 mila euro nel sistema di distribuzione".Un sistema molto tecnologico che prevede innanzi tutto la creazione di un sito internet per consentire al photo editor di fare una ricerca veloce nel suo archivio e scaricare direttamente le immagini tra le quali poi scegliere quelle da pubblicare. Prevede anche che il fotoreporter impari a rispettare i tempi del giornale. Ciò significa, per esempio, che se viene incaricato di "coprire" una partita di calcio che si gioca dopo le ore 18, deve inviare alla redazione via computer la foto del gol, al massimo 5-10 minuti dopo averla scattata. Se non riesce a farlo non la vende più. Lo stesso discorso vale per l'agenzia che non ha un sito internet capace di rispondere velocemente alle interrogazioni del photo editor: se per cercare un'immagine gli ci vogliono più di 20-25 secondi l'agenzia non verrà più consultata da una certa ora del pomeriggio in avanti, quando il tempo in redazione si comprime al massimo."Questo riguarda i quotidiani, per i settimanali c'è più tempo, anche se ormai può dirsi tramontata l'epoca in cui il fotografo si recava presso le redazioni a mostrare le sue immagini e proporre servizi", continua Vallinotto. "Il lato negativo di tutto ciò è che i computer, i cellulari, internet non aiutano certo a fare delle foto più belle o ricche di contenuti. L'impressione è anzi che contribuiscano a banalizzarle. Raramente vedo immagini davvero significative, capaci di fare la differenza su una prima pagina, e io ogni giorno di foto ne vedo tante".Dal punto di vista economico quanto vale una fotografia editoriale? "La Stampa paga le singole foto che pubblica (escluso casi rarissimi) da 35 a 50 euro massimo", dice. "Molto poco rispetto a quanto venivano pagate 20 anni fa, quando per scattare delle belle immagini a un fotoreporter bastavano una reflex, la camera oscura e la capacità di raccontare la vita vista da vicino con i propri occhi".Nelle riviste spazio alle donne. In ogni caso, lo spazio della fotografia nei giornali è in aumento e di fotoreporter in Italia ce ne sono ancora molti, conosciuti più a livello internazionale che a casa nostra. Ne è convinta Renata Ferri, photo editor di Io Donna, il magazine femminile del Corriere della Sera che con il suo gemello D di Repubblica si caratterizza per il modo in cui privilegia il linguaggio fotografico.È entrata in redazione tre anni fa dopo aver fatto la fotografa, studiato fotografia e diretto come giornalista la redazione progetti fotogiornalistici di Contrasto, una delle principali agenzie italiane. "Quando ho cominciato dovevo gestire la produzione di sette fotografi", ricorda Ferri, "14 anni dopo ne avevo in carico 45. Oggi il mio lavoro non è molto diverso; c'è una minore libertà nella scelta dei temi sui quali far lavorare i fotoreporter, ci sono tempi più stretti che mi impediscono di avviare progetti a lunga scadenza come invece dovevo fare prima quando il mio obiettivo era anticipare le scelte dei giornali". Il photo editor di Io Donna non si limita a cercare le singole foto e i servizi fotografici su input della redazione, ma propone anche molti dei servizi che vengono realizzati dal giornale. "Almeno una delle tre grandi storie che vengono pubblicate ogni settimana da Io Donna è proposta da me" dice.Non solo stock. Il settimanale lavora con poche agenzie, una decina tra le maggiori che offrono più garanzie di qualità, e in un anno pubblica i servizi di 20-25 fotoreporter indipendenti. Utilizza anche molte foto di stock che Ferri sceglie direttamente sui siti delle agenzie. "Ma non solo, una volta la settimana, in genere il giovedì pomeriggio, dopo la chiusura, ricevo fotografi e agenzie che vengono a fare proposte e a mostrare le loro immagini. Poi quando in redazione abbiamo deciso i temi sui quali lavorare chiamo i fotoreporter che mi sembrano più adatti e con loro discuto dei servizi da realizzare, confrontiamo le nostre idee, discutiamo il taglio delle foto".Renata Ferri è stata assunta da Io Donna con la qualifica di giornalista, ma sono pochissimi i photo editor che in Italia possono vantare un contratto giornalistico. "Esiste dal 2002 un'associazione, il Gruppo redattori iconografici Nazionale che riunisce attualmente 120 professionisti, in gran parte donne, che lavorano nei periodici italiani con le qualifiche più diverse. Veniamo definiti redattori iconografici, consulenti per l'immagine ecc.; la realtà è che gli editori sono ancora piuttosto restii a riconoscere ai picture editor la qualifica di giornalisti. È una contraddizione da superare, poiché questa figura professionale è cresciuta di pari passo con l'aumento della necessità della qualità visiva dei magazine e della trasformazione in atto nei periodici di cui la fotografia è il contenuto principale".Renata Ferri lavora in un giornale che produce molte immagini e valorizza il lavoro dei fotografi anche in termini economici. "Acquisto ogni settimana almeno un servizio importante che viene pagato da 2 a 4 mila euro, mentre una giornata di lavoro di un fotoreporter vale per noi 500 euro, in linea con i compensi che pagano i grandi settimanali americani come Time e Newsweek che pagano un fotografo 400 dollari al giorno".Crisi o no? Se è così come mai la maggior parte dei fotoreporter e delle agenzie si lamentano e parlano di crisi del fotogiornalismo? Perché è vero che si produce meno di un tempo e l'Italia è un mercato troppo piccolo per i fotografi. Inoltre la tecnologia consente oggi di fare i giornali dal desk e spesso si pensa di integrare in questo modello anche il fotogiornalismo. Ma a differenza dei testi le foto che raccontano la realtà del nostro tempo non si producono in redazione e non si trovano su internet."È un momento di passaggio in cui il fotogiornalismo sembra poter ripartire dal quotidiano in Italia e nel mondo. Lo dimostra l'esempio del New York Times (NYSE: NYT - notizie) che fa dei contratti e lavora in esclusiva e solo con produzioni autonome", osserva Ferri. "I fotoreporter italiani sono molto apprezzati e sono i più premiati del mondo per i loro reportages. Uno su tutti Paolo Pellegrin che vive tra l'Italia e Stati Uniti e lavora in tutto il mondo. Ha vinto diversi premi internazionali, comprese molte edizioni del World Press Photo, e nel 2006 lo Eugene Smith. Ci sono anche molti giovani talenti che emergono, e i più maturi fanno mostre e libri, le loro immagini vengono battute all'asta per migliaia di euro. Insomma non mi sembra un momento negativo per questa professione". Scopri l'archivio di Italia Oggi dal 1993 ad oggi |
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