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Mercoledì 19 Marzo 2008, 11:33

Zibaldone finanziario. Prediche inutili su alcuni luoghi comuni della finanza

Di Paolo Sassetti

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In borsa nessun errore rappresenta un danno assoluto, se l'esperienza fatta ci consente di fare tesoro di esso, per evitarlo in futuro.

L'odierna crisi dei mercati finanziari ci consente di riesaminare criticamente alcuni luoghi comuni della finanza e di fare tesoro di tale analisi critica.

Luogo comune n° 1: solo l'analisi fondamentale è realmente utile per la gestione di portafoglio

Gli eventi degli ultimi mesi consentono di smentire questa credenza, uno dei principali fulcri propagandistici del circo mediatico dell'intermediazione finanziaria.

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In realtà, gli analisti finanziari, gli strategist, i gestori di portafoglio non riescono ragionevolmente a fare meglio dei loro cugini economisti nell'attività di previsione economico-finanziaria.

In particolare, la capacità previsionale degli analisti finanziari si limita, normalmente, alla pura proiezione - più o meno aggiustata - dei dati storici di bilancio a loro disposizione. L'identificazione dei punti di svolta nei cicli dei profitti esula realisticamente dalle loro possibilità tecniche, anche senza considerare il tema dei conflitti di interesse e della strutturale tendenza all'ottimismo degli analisti (positive bias).

Chi fa previsioni puntuali sui punti di svolta dei cicli dei profitti e sulla loro profondità di tali cicli, normalmente effettua delle semplici “scommesse”, non ci arriva attraverso un processo analitico-quantitativo che richiederebbe complessi modelli econometrici, comunque fallibili. In un mondo di scommettitori, ovviamente qualcuno che vince la scommessa c'è sempre e, ai semplici ed ai puri di animo, costui può apparire come un grande guru: ricordate la storia di Elaine Garzarelli che fu eletta grande guru perché prevedette il crollo del 1987 e, da allora, non ci azzeccò più?

È molto difficile, ad esempio, che un analista finanziario riesca fare la previsione dell'utile per azione della Fiat (Milano: F.MI - notizie) per il corrente anno con un errore inferiore al 10% ed a tre anni con un errore inferiore al 25%.

Sulla capacità previsionale degli analisti finanziari statunitensi ho effettuato un'analisi quantitativa, intitolandola “Quanto vale l'opinione degli analisti finanziari?”, cui rimando al link http://urlin.it/f4cc. Quello studio aveva lo scopo di suscitare interrogativi sull'efficacia dei processi d'investimento basati su approcci quali-quantitativi dominati dalla discrezionalità umana in contesti altamente complessi, come è il mercato azionario statunitense.

Inoltre, proprio in corrispondenza dei cicli di svolta dei profitti si verificano più frequentemente reticenze sui bilanci societari o vere manipolazioni che vengono occultate fin quando è possibile, e queste reticenze/manipolazioni, da un parte, depistano più che mai gli analisti in buona fede e, dall'altra, determinano quella successione di inaspettate docce scozzesi sul mercato che ne piegano la credibilità. La fresca vicenda Bear Sterns ne è un esempio da manuale.

Per queste ragioni, si rinnova lo spettacolo di mercati azionari che iniziano a franare e di analisti, gestori, strategist, ecc. che, normalmente incapaci di prevedere il punto di svolta nel ciclo dei profitti, vi vedono solo opportunità di accumulazione.

I gestori bottom up sono particolarmente vittime di questo fenomeno e, con essi, gli analisti finanziari che sono bottom up per definizione.

Luogo comune n° 2: il market timing non funziona

Questo luogo comune è il secondo pilastro del circo mediatico dell'intermediazione finanziaria e serve per argomentare a favore della strategia di portafoglio “buy & hold”. Vero è che il market timing è un rasoio affilato che, in mani inesperte, può causare danni seri. Tuttavia, per sostenere questo luogo comune a volte anche in ambienti professionali vengono usate argomentazioni prive di validità scientifica e statistica.

Tra quelle apparentemente più sofisticate vi è quella che parte dalla constatazione che le giornate con eccezionali rivalutazioni sono solo una piccola % sul totale di quelle che rappresentano il rialzo totale di un mercato. Non cogliendo questi pochi giorni, si mancherebbe gran parte del rialzo complessivo. Poiché, facendo market timing, sarebbe facile mancare proprio questi giorni in cui si concentra il grosso del rialzo, il market timing sarebbe causa di sottoperformance rispetto agli indici di borsa …

Questo ragionamento prescinde dalle seguenti considerazioni:

- i singoli giorni di maggior rivalutazione degli indici non sono distribuiti uniformemente in un ciclo di borsa, ma normalmente sono concentrati in particolari periodi, per cui è più agevole coglierli;
- i giorni con eccezionali rivalutazioni sono normalmente seguiti da giorni con eccezionali perdite per cui, se è vero che mancare i giorni con eccezionali rivalutazioni può causare un danno nelle performance complessive, ciò è vero solo se si evitano anche i giorni successivi con eccezionali perdite, cosa decisamente assai più difficile;
- se, grazie al market timing, si riesce ad evitare anche la maggior parte delle giornate con eccezionali perdite, tutto sommato evitare i giorni con eccezionali rialzi può non rappresentare un gran danno, anzi…; di questo fenomeno esiste evidenza statistica;
- tutto ciò, in breve, significa quello che anche i ciechi dovrebbero poter vedere, ovverosia che i mercati si muovono lungo trend che sono, sia pur imperfettamente, “intercettabili”;
- e, con ciò, questa “sofisticata” argomentazione sulla inutilità del market timing è bella che liquidata.

In Judo Finanziario, anche usando analisi di terzi, ho contestato questo luogo comune sul market timing, pur ammettendo che generalmente è male utilizzato dagli investitori, in quanto è tipicamente oggetto di decisioni istintive.

Ritengo, invece, che il market timing di medio/lungo termine, gestito tramite modelli statistico-sistematici rappresenti una soluzione realistica ed opportunistica al problema della gestione dell'inversione dei trend primari di borsa.

Il modello Sma200-Trasformata200 che utilizzo correntemente rappresenta una soluzione, imperfetta ma accettabile, per la gestione dell'asset allocation di medio lungo termine (azioni 0-100%).

Backtestata sull'indice S&P 500 dal 1990 ad oggi (marzo 2008), in 18 anni avrebbe generato solo un solo falso segnale dalle modeste conseguenze a metà degli anni '90. Al contempo, avrebbe consentito di cogliere gran parte dei trend primari rialzisti e di evitare una buona parte dei trend ribassisti.

Sul mercato europeo, che è quello che ci interessa più da vicino, il segnale di uscita è stato formalmente il giorno 4 gennaio 2008 a quota 372 del indice Stoxx 600 (oggi è a quota 300).




Sul mercato giapponese e su quello italiano, il suo successo sarebbe stato decisamente superiore.

La mia conclusione in termini generali, che non è di oggi, è che, nell'asset management, la gestione delle decisioni di asset allocation nelle crisi finanziarie non può essere lasciata al giudizio discrezionale dell'uomo. Troppo ottimista è il cervello umano, troppo orientato ad estrapolare il futuro dal recente passato per poter prendere efficacemente la decisione discontinua di modificare radicalmente l'asset allocation.

In soccorso di questo inadeguato cervello interviene la banale constatazione che i mercati azionari normalmente si muovono lungo trend che possono essere, sia pur imperfettamente, intercettati. Ma solo da coloro – i trend follower – che ritengono che l'unica cosa sensata da fare sia assecondare i mercati e non tentare di anticiparli.

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