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Venerdì 19 Giugno 2009, 14:39

La crisi pesa sui bilanci. La ricerca di R&S - Mediobanca

Di Pierpaolo Molinengo

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Presentata la quattordicesima edizione dell'indagine annuale di R&S-Mediobanca (Milano: MB.MI - notizie) sulle maggiori multinazionali. Essa riguarda 368 aziende, delle quali 324 hanno una prevalente attività industriale (manifatturiera ed energetica), 24 prestano servizi di telecomunicazione e 20 sono utilities operanti su scala internazionale; delle 324 multinazionali industriali, 251 sono ubicate nella triade (Europa, Nord America, Giappone), 50 nell'area russo-asiatica e 23 nel resto del mondo. Nel 2007 il fatturato aggregato complessivo è stato pari a 8.638 miliardi di euro (di cui 7.444 miliardi riferibili ai Gruppi più propriamente industriali, 708 miliardi a quelli di telecomunicazione e 486 miliardi circa alle utilities), il totale attivo (escluse le attività immateriali) a 8.929 miliardi di euro e l'occupazione a 28 milioni di persone.

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In tutte le aree del mondo l'attività delle multinazionali industriali a maggior fatturato riguarda l'energia, ad eccezione del Giappone in cui prevalgono i mezzi di trasporto e l'elettronica; i primi si collocano in seconda posizione sia in Europa che nel Nord America, seguiti rispettivamente dai settori chimico farmaceutico ed elettronico. Quest'ultimo ha un peso rilevante anche nell'area russo-asiatica, mentre nel resto del mondo seguono - a distanza dall'energetico - il metallurgico e l'alimentare.

Nel decennio 1998-2007 le multinazionali considerate nell'indagine segnano un aumento del totale delle attività e della dimensione media, sia tramite crescita per linee interne, soprattutto nei mezzi di trasporto, nell'elettronica e nella meccanica, sia mediante fusioni ed acquisizioni, in prevalenza nei settori energetico, delle utilities e delle telecomunicazioni. L'incremento è più marcato per le imprese europee che continuano a ridurre il divario rispetto alle nordamericane e alle giapponesi. All'aumento dimensionale fa riscontro una crescente globalizzazione delle attività e si conferma la tendenza all'incremento della quota di produzione (delocalizzazione produttiva) e di quella di vendite al di fuori del Paese della casa madre. Il grado di internazionalizzazione è inferiore per le società di telecomunicazioni che risentono ancora di un forte legame con la nazione di origine. La produttività per dipendente è anch'essa in aumento e il rapporto tra la crescita delle produttività e l'incremento del costo del lavoro pro-capite è superiore in Europa rispetto al Nord America. Relativamente ai settori, le società energetiche sono di gran lunga quelle a maggiore produttività e con il più elevato rapporto fra quest'ultima e il costo unitario del lavoro. A livello di Paese, in Europa, nella manifattura emergono agli estremi la Gran Bretagna che registra il maggiore livello di produttività e l'Italia che si colloca all'ultimo posto; a livello di grandi aree geografiche, si distinguono le multinazionali russo-asiatiche con i valori più bassi di produttività e costo del lavoro unitario.

Nel 2007 l'andamento dei ricavi e dei risultati netti delle multinazionali industriali è nel complesso positivo: rispetto all'anno precedente tutte le aree geografiche segnano un incremento delle vendite (Europa +3,7%, Giappone +2,7%, area russo-asiatica +11,6% e resto del mondo +6,1%), ad eccezione del Nord America in contrazione del 3,9%. L'incremento complessivo degli utili netti (che raggiungono il massimo storico per la triade) è attribuibile in massima parte all'aumento del margine operativo netto e del risultato corrente, con una sostanziale stabilità delle partite straordinarie. In miglioramento anche i risultati delle imprese di servizi: telecomunicazioni e utilities incrementano ricavi e utili, le prime in gran parte per effetto di plusvalenze su cessioni, mentre le seconde essenzialmente come conseguenza dell'incremento dei margini industriali.
La struttura finanziaria delle multinazionali industriali si deteriora leggermente nel 2007, in base al rapporto tra capitale netto e debiti finanziari, il quale risulta in calo in tutte le aree geografiche; lo stesso accade nelle utilities, mentre fanno eccezione le telecomunicazioni che migliorano tale indice. Permane il minor livello di capitalizzazione delle giapponesi e delle europee, evidenziata dal confronto dei mezzi propri con i debiti finanziari; le nordamericane si distinguono invece per il maggior peso degli attivi immateriali sul capitale netto, all'estremo opposto le nipponiche e le russo-asiatiche.

Nel 2008, in particolare nella seconda parte dell'anno, lo scenario è decisamente mutato: sui risultati preliminari delle multinazionali industriali della triade incide in modo significativo il peggioramento della congiuntura a livello globale emerso nel secondo semestre (crisi finanziaria, negativo andamento della domanda mondiale, calo dei prezzi del petrolio). L'aggregato di tali multinazionali registra nel 2008 una contrazione di tutti i margini, la maggiore delle quali è quella del risultato netto (-17% Nord America, -25% Europa, -78% Giappone) su cui influisce soprattutto il peggioramento del saldo delle partite finanziarie e in ultima analisi quello delle poste straordinarie (per circa un terzo riconducibile all'impairment dell'avviamento). Il deterioramento della situazione reddituale è evidente nella seconda parte dell'anno e più marcato nella manifattura, mentre il settore energetico segnala i primi risultati negativi solo a partire dall'ultimo trimestre. La struttura finanziaria presenta un peggioramento in tutta la triade, più marcato nel Nord America dove, oltre alle perdite dell'esercizio e all'acquisto sempre consistente di azioni proprie, incide la variazione negativa del patrimonio netto dei fondi pensione che le società anglosassoni contabilizzano nei propri bilanci. In Europa e Giappone il rapporto tra capitale netto e debiti finanziari è sceso di 27 punti percentuali nel 2008, in Nord America quasi tre volte di più (75 punti), pur restando l'area a maggiore capitalizzazione in base a questo indice (181% contro il 133% dell'Europa e il 113% del Giappone); il deterioramento è motivato dall'effetto combinato della diminuzione del capitale netto e dell'incremento dei debiti finanziari. Nel 2008 la crisi finanziaria ha impattato negativamente anche e soprattutto sulle quotazioni di Borsa: le dieci multinazionali più capitalizzate hanno ridotto del 45% il proprio valore complessivo.

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