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Martedì 25 Marzo 2008, 16:06
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A partire da inizio gennaio il mercato azionario USA, ben rappresentato dall'indice SP500, ha fatto venire le palpitazioni ai risparmiatori di tutto il mondo, che lo seguono come un faro nella tempesta. Dopo aver iniziato l'anno a quota 1.470, ha perso il 15% in 13 giorni, ha recuperato circa il 10% nei 10 giorni seguenti, ha riperso oltre il 5% in 3 giorni, per recuperarli quasi tutti in 13 giorni. A fine febbraio ha perso nuovamente il 7,5% in 9 giorni, tornando sui minimi dell'anno. Da martedì 11 marzo i movimenti in prossimità di tali minimi sono diventati addirittura frenetici, con continui cambi di direzione di entità superiore al 2-3% quasi ogni
Se facciamo un calcolo sommario constatiamo che in meno di tre mesi l'indice Usa ha compiuto movimenti complessivi di oltre il 60%. Si tratta di una volatilità che ha ben pochi precedenti e che si spiega con la drammatica presa d'atto che gli USA sono in recessione, ma contemporaneamente con la incapacità da parte dei mercati di prevedere ora se la recessione sarà breve o lunga. A causare la forte volatilità, che negli ultimi giorni appare impazzita poiché assolutamente priva di direzione, ha contribuito la constatazione da parte del mercato che la Federal Reserve americana ha fissato a quota 1.270 dell'indice SP500 la propria “linea del Piave”, da difendere ad ogni costo. Evidentemente Bernanke e soci temono che lo sfondamento di questa soglia possa provocare quell'avvitamento che renderebbe tutto disperatamente difficile. Per evitarlo la Fed è intervenuta, chirurgicamente e per due volte, proprio quando il mercato stava pericolosamente testando quel livello (la seconda volta, martedì 17 marzo, sembrava addirittura volerlo sfondare). Gli interventi sono stati effettuati utilizzando le armi pesanti, forse quasi tutte quelle a disposizione. Dapprima la decisione di aprire una linea di credito agevolata da ben 200 miliardi di dollari a chiunque necessiti di liquidità, accettando a garanzia (garanzia???) le cartolarizzazioni subprime che oggi valgono come la carta straccia. In pratica, siccome alcuni stimano che l'attuale buco non ancora emerso sia circa 200 miliardi, la Fed si è detta disponibile ad assorbirlo e ripulirlo tutto. La seconda arma letale è stato il massiccio taglio dei tassi ufficiali sui Fed Funds di tre quarti di punto per portarli al 2,25%, conditi con l'affermazione ufficiale che se necessario si taglierà ancora. E' quindi probabile che per ora i ribassisti si siano messi il cuore in pace ed il mercato azionario, dopo aver visto per due volte in pochi giorni quello che per la Fed sembra essere “il baratro” ed aver fatto entrambe le volte il classico balzo indietro, possa imbastire nelle prossime settimane, quando sarà finito il ciclo delle trimestrali bancarie, un rimbalzo un po' più duraturo delle 24 ore. Non tale da cambiare l'impostazione negativa di lungo periodo, ma sufficiente a dare un po' di respiro ai risparmiatori depressi e a consentire ai soliti guru di affermare che la crisi è passata e la recessione è finita. GLI OTTIMISTI NON MANCANO Al momento prevale nei commenti degli esperti (però attenzione: sono gli stessi che 6 mesi fa dicevano che la recessione in USA era esclusa) la convinzione che si tratterà di una recessione lampo, di un solo trimestre, massimo due. Riassumiamo le ragioni che esprimono a sostegno di questa tesi. 1) La durata media delle recessioni americane precedenti all'attuale è di circa 10 mesi, con un minimo di 1 ed un massimo di 6 trimestri. Le ultime due (quella del '91-'92 e quella del 2001) sono però durate assai poco, rispettivamente 2 e 3 trimestri. Se è vero che negli ultimi decenni sono migliorate le capacità di contrasto delle autorità monetarie, possiamo ipotizzare che anche questa non esca dall'alveo dei due trimestri, o magari addirittura uno solo. 2) In questa circostanza sono molto evidenti gli aiuti che la Fed sta dando ai mercati. Inoltre pare di notare una maggior fantasia operativa, con l'invenzione di nuove modalità di immissione di liquidità al di là del classico taglio dei tassi. Tutto ciò potrebbe aumentare l'efficacia di queste misure. Questa volta sembra anche di vedere un miglior “concerto” da parte delle altre banche centrali. Tutte le principali stanno aiutando in qualche modo l'opera della Fed, convinte che la recessione prolungata in USA trascinerebbe tutto il mondo nella crisi. Non so se basterà, ma gli esperti sembrano volerci credere. 3) Se non usciranno altre sorprese molti pensano che la maggior parte delle svalutazioni e dei fallimenti bancari sia avvenuta. Non mancheranno altre banche piccole che dovranno alzare bandiera bianca, ma difficilmente avremo fallimenti a catena tra le principali. Northern Rock (Londra: GB0001452795.L - notizie) e Berar Stearns dovrebbero rimanere casi isolati. In ogni caso i governi dei paesi occidentali, dapprima la Francia, ma anche USA e Gran Bretagna, politicamente paesi molto più liberisti, hanno mostrato notevole disponibilità ad usare soldi pubblici per salvare le banche in crisi, attuando una forma di socialismo di fatto travestito da liberismo di facciata. 4) Tra pochi mesi andrà a regime il corposo regalo di fine mandato firmato da Bush, che ha fatto approvare sgravi fiscali da 150 miliardi di dollari. Gli effetti dovrebbero manifestare nella seconda parte dell'anno. Anche questa è una misura tipicamente keynesiana, adottata da un presidente liberista e dimostra che quando ce n'è bisogno, predicare il liberismo e razzolare il socialismo può essere utile, specie quando si liberalizzano i profitti e si socializzano le perdite. Lo stesso taglio aggressivo dei tassi nei prossimi mesi dovrebbe consentire di rinegoziare le condizioni di molti mutui, questa volta in senso più favorevole ai clienti, e permettere così un alleggerimento delle rate che gli americani ora stanno faticando molto a pagare. Se quest'analisi è convincente è allora verosimile ipotizzare che la correzione abbia già visto il suo minimo. Infatti i mercati anticipano gli eventi di alcuni mesi. I minimi di marzo potrebbero scontare le notizie che saranno pubblicate in estate. Quindi da ora in poi la luce in fondo al breve tunnel dovrebbe accompagnare le borse. …MA NON TUTTI VEDONO LA LUCE Non tutti però sono così ottimisti. Non nego di far parte di coloro che invece ritengono il tunnel un po' più lungo e costellato di insidie. Provo a sintetizzare i motivi di pessimismo di medio periodo che dovrebbero prevalere sull'ottimismo di brevissimo. 1) Questa recessione si innesta su una delle più importanti crisi finanziarie della storia e da questa crisi trova alimento. I fatti degli ultimi mesi hanno mostrato quanto il sistema bancario di tutto il mondo sia stato coinvolto nella “finanza creativa”, che ha creato un castello di carte che ora sta crollando. Così come il “circolo virtuoso” fa fatto la ricchezza di tutti fin che è durato, quando il gioco è terminato e si tirano le somme, le perdite si diffondono in tutto il sistema ed è molto difficile distinguere il grano dal loglio. Il buco complessivo provocato dai subprimes si allarga ogni settimana. Molti ormai stimano a 600 miliardi di dollari quella perdita che a luglio dello scorso anno Bernanke ipotizzava essere di 50, massimo 100 miliardi. Di questi 600 ne sono emersi circa 200, in grandissima parte dal mondo bancario. Ne mancherebbero ancora all'appello 400 e quindi credo che il mercato non abbia ancora finito di falcidiare il settore finanziario alla ricerca degli “untori”. Dopo le banche, che credo anch'io che abbiano già fatto quasi tutta la pulizia dovuta, comincia ad essere la volta delle società di assicurazione specializzate nella garanzia dei mutui. Poi dovrebbe toccare ad un certo numero di fondi hedge, che sicuramente sono coinvolti nel misfatto, ma che finora non hanno ancora ufficializzato molto. 2) Ma il vero problema è la possibile diffusione delle “sofferenze” anche al di là del mondo “subprime”. Stanno aumentando in modo consistente le insolvenze sui mutui da parte dei clienti migliori, che trovano conveniente “fallire” anche se avrebbero i soldi per pagare. In un contesto di prezzi delle abitazioni in calo, chi ha comprato la casa 1-2 anni fa finaziandosi al 100% (come in USA fanno quasi tutti), probabilmente si ritrova con un debito residuo superiore al valore della propria abitazione, ed un mercato immobiliare destinato a scendere ancora per almeno tutto il 2008. Conviene quindi andarsene un anno in affitto e consegnare le chiavi della propria casa alla banca, con la probabilità di ricomprarsi la stessa casa spendendo molto meno nel 2009 o 2010. Un altro possibile punto di sofferenza potrebbe venire dal mondo delle carte di credito revolving, che sono una forma di finanziamento della spesa corrente molto diffuso e molto caro, ma soprattutto poco trasparente, poiché tende a non fornire al cliente la esatta percezione del proprio indebitamento complessivo e alimenta l'illusione del credito facile, fino a quando le rate di rimborso non diventano un macigno che travolge gran parte dello stipendio. Anche in questo settore in USA, ma anche in Europa, dove sono un po' meno diffuse perchè introdotte più recentemente, aumentano in modo preoccupante le insolvenze. Ed anche qui si parla di una montagna di miliardi di dollari di esposizione per il sistema bancario. Tanto per non lasciare nulla di sottinteso occorre anche fare accenno al cosiddetto “private equity”, che sta anch'esso barcollando. Si tratta di particolari fondi chiusi che investono in società in crisi, da ristrutturare, in settori ad alto rischio ed innovativi, effettuano scalate ed acquisizioni. Insomma, potremmo definirli gli “Indiana Jones” della finanza, che oltretutto si procurano finanziamenti a leva per intraprendere le loro avventure. Ricordo che l'ultima illusoria cavalcata rialzista del 2007 fu alimentata proprio dall'esuberanza delle operazioni messe in piedi da questo settore, che dà il meglio di sé quando l'euforia si esprime sui mercati. Ebbene, anche su di loro si è abbattuta la necessità di abbassare l'effetto leva e la loro attività si è bloccata. Parecchie delle loro ultime operazioni ora sono in forte perdita e questo potrebbe portare all'estensione dei fallimenti di cui quello del fondo Carlyle Capital è stato una anticipazione. 3) L'epicentro del terremoto è rappresentato dal crollo del mercato immobiliare americano. Da qui sono scaturiti tutti i problemi che hanno fatto scoppiare la bolla del credito facile. A me pare evidente che fino a quando questo settore non si riprenderà non si potrà parlare di fine della recessione. Ebbene, i prezzi delle case continuano a calare, come pure l'attività costruttiva. L'indice di fiducia dei costruttori è da mesi ai minimi termini e non si risolleva in modo significativo. Dobbiamo pensare che difficilmente prima del 2009 vedremo un po' di luce. E fino ad allora i perversi effetti della crisi immobiliare sull'economia non potranno mitigarsi. 4) Sui consumatori americani si sta abbattendo un duplice “effetto povertà”. Per la prima volta negli ultimi decenni, la recessione che si sta manifestando in Usa è segnata da un calo della ricchezza finanziaria (le azioni valgono già un 20% in meno rispetto a 6 mesi fa) e di quella immobiliare (le case valgono circa il 10% in meno di un anno fa). Nelle precedenti recessioni non era capitata questa concomitanza di tegole sulla testa dei consumatori. Gli americani percepiscono ora molto chiaramente che il loro stato patrimoniale si sta riducendo, anche perché da qualche anno la loro capacità di risparmio è ridotta a danzare intorno allo zero per cento annuo. Essi sentono la necessità di “tirare la cinghia”, anche perché i prezzi al consumo sono ormai in aumento di oltre il 4% annuo, e ci sono avvisaglie che i consumi potrebbero flettere in modo significativo. Dal momento che nel 2001 la crisi durò poco perché si bloccarono solo gli investimenti, ma non i consumi, è difficile essere altrettanto ottimisti questa volta. 5) Rispetto alla precedente crisi le autorità monetarie e governative hanno le mani molto più legate dall'inflazione. Nel 2001 la recessione venne in un contesto di prezzi in calo. Il petrolio valeva intorno ai 20 dollari, la globalizzazione era agli inizi e cominciava appena a manifestare i suoi effetti deflazionistici attraverso l'abbattimaneto dei costi del lavoro per le produzioni delocalizzate nei paesi emergenti. Le politiche monetarie e fiscali potevano essere più aggressive perché scarsi erano i rischi di produrre inflazione. Infatti dalla crisi del 2001 si uscì proprio azzannando la recessione con il classico mix di taglio dei tassi a livelli reali negativi e formidabili stimoli fiscali che spinsero in deficit il bilancio americano (grazie anche alle spese per fare la guerra in Iraq). Ora il problema non è così di facile soluzione. L'inflazione sta rialzando la testa ed ai livelli attuali i tassi reali in USA sono già pesantemente negativi (tassi al 2,25% ed inflazione intorno al 4% significa tasso reale al -1,25% annuo). Il bilancio federale non è più in pesante passsivo, ma nemmeno in attivo (il rapporto deficit/PIL è circa il 3%). Dalla globalizzazione l'effetto calmieratore sui prezzi è ormai finito, come dimostra il fatto che in Cina l'inflazione sia ormai intorno all'8% annuo. Bernanke sta chiaramente dimostrando che è disposto a dimenticarsi dell'inflazione per qualche mese ancora, fino a quando la recessione sarà il nemico numero 1, però ci dobbiamo porre qualche domanda sul “fino a dove” possano scendere i tassi di interesse USA e sul “per quanto tempo” si potranno ignorare le pressioni inflazionistiche, alimentate dalla crisi energetica che difficilmente si risolverà da sola ed in poco tempo. 6) Siamo di fronte ad una colossale crisi di fiducia che investe i gangli vitali del sistema finanziario mondiale. Se vogliamo essere seri nell'analisi, dobbiamo ammettere che gli apprendisti stregoni in questi anni hanno trasformato il sistema finanziario globale, snaturando il ruolo delle banche, che hanno smesso di fare le banche (che valutano a chi prestare denaro e si assumono i rischi delle loro valutazioni) per diventare piazziste di carta finanziaria di dubbio valore presso la loro clientela. La loro ingegneria finanziaria ha creato mostri che hanno ingigantito la leva creditizia e moltiplicato le occasioni di guadagno (quando tutto va bene) ma anche esaltato il rischio di deriva quando qualcosa non funziona, come ora stiamo tristemente constatando. Ci sono numeri presentati dal prof. Spaventa in un recente scritto su Repubblica, che, appunto, spaventano: prima degli anni '90 per ogni dollaro di crescita del PIL si associava 1,5 dollari di maggior credito. Negli anni '90 si è passati a 3 e nel 2007 siamo arrivati a 4,5. Il rapporto tra attività in portafoglio e fondi propri per gli Hedge Fund è arrivato a quota 3 e qualcosa di simile accade anche tra i fondi di Private equity. L'esplosione degli strumenti derivati ha raggiunto livelli che rendono persino impossibile la stima del loro ammontare complessivo. Infatti nessuno si azzarda a farla. CHI PAGHERA' IL CONTO? I nodi stanno venendo al pettine tutti insieme ed ora vi è la urgente necessità di fermare questa folle corsa verso la ricerca del guadagno facile ed immediato e di tornare indietro. Ma in casi come questo fermare una macchina che sta correndo a tutta velocità verso il baratro può essere molto difficile. Le autorità sono alle prese con l'eterno dilemma: lasciare che il mercato agisca liberamente, punendo col fallimento chi ha esagerato, col pericolo di veder barcollare l'intero sistema a causa delle notevoli interdipendenze che esistono tra tutti gli operatori; oppure cercare di salvare la baracca iniettando altro denaro e soccorrere i falliti con soldi pubblici, sperando che le cose migliorino ed il tempo lenisca le pene. La scelta della seconda opzione è al momento evidente. Ma è altrettanto evidente che la fiducia potrebbe non tornare così in fretta, anche se gli spiriti animali della speculazione dimenticano in fretta. Inoltre ho qualche dubbio sull'efficacia di una cura che sembra puntare a mantenere lo status quo più che a risolvere gli squilibri. Siamo come al termine di un lauto banchetto dove il vino è corso a fiumi e gli ubriachi abbondano. Pare che sia arrivato il conto da pagare, ma nessuno vuole farlo. Allora si rimane tutti al proprio posto, sperando che qualcuno paghi per tutti, mentre l'oste continua a servire vino. Ed il conto si allunga…. Pierluigi Gerbino Per ulteriori informazioni visita il sito di Trend Online Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana! | ||||||||||||||||||||||||||||||
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