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Venerdì 26 Giugno 2009, 8:04
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Una doverosa premessa: la Ora la storia rischia di ripetersi, se è vero quanto si coglie dai primi orientamenti delle aziende di credito: l'adozione di un nuovo sistema di definizione dei prezzi, che verrà colpito dalla disapprovazione delle istituzioni, oltre che della clientela, con conseguente nuovo intervento normativo. Il punto centrale è che nella ridefinizione delle commissioni, le banche sembrano puntare più a massimizzare i ricavi che a ottimizzare costi e benefici per le controparti. La messa a disposizione del credito, sia chiaro, è molto importante per la clientela. La possibilità di tirare linee di credito aperte permette all'impresa di risparmiare il costo-opportunità della detenzione di liquidità. Giusto quindi che l'affidato paghi questo servizio, che equivale in sostanza a un'opzione put su una propria passività, che la banca è obbligata ad acquistare qualora la controparte eserciti la facoltà. Come noto, il valore di un'opzione dipende anche dalla volatilita' dei prezzi ed è quindi comprensibile che oggi il valore teorico di tale opzione sia piuttosto alto, benché il costo-opportunità della detenzione di riserve liquide appaia modesto. In termini più banali, nel momento in cui l'acquisizione di finanziamenti sembra più difficile, accordare una linea di credito ha più valore. Dunque, le commitment fee sono più che legittime e possono assumere anche un'entità non lieve. Ma l'inquadramento teorico proposto conduce anche a un'altra conclusione: la varianza di questo prezzo non può essere amplissima. A differenza del costo dei fondi, che include il premio al rischio soggettivo, altamente variabile, le commissioni dovrebbero essere oggettive, cioè non correlate alla controparte. Includere elementi soggettivi come la stima della probabilità di effettivo tiraggio è metodologicamente errato. Le inchieste giornalistiche danno invece l'idea di prezzi molto alti, fino all'1% trimestrale, che porterebbero il costo della disponibilità a superare quello dell'utilizzo! Ovviamente, dal massimo al minimo c'e' spazio di negoziazione fra le parti. Ma sarebbe come mettere in vetrina una Panda a 80 mila euro e poi dire al cliente che rilevasse quanto è cara che comunque a 12.500 viene via. Io non giudicherei bene il comportamento di quel venditore e mi resterebbe la sgradevole impressione che abbia provato a rifilarmi la simpatica utilitaria italiana al prezzo di una prestigiosa station wagon tedesca superaccessoriata. Il modo con cui le banche stanno impostando il tema suscita un'altra considerazione. Una riforma così profonda delle logiche di pricing è un'occasione preziosa per ogni singola banca per differenziarsi dagli altri, creando un vantaggio competitivo. Certo, il mercato tende nel tempo ad allineare politiche e livelli di prezzo, prova dell'esistenza della concorrenza nel sistema bancario italiano, ma una cosa è il livellamento prodotto dalla concorrenza, altra è l'assenza di proposte differenziate per cercare di meglio aderire alle esigenze del cliente, senza per forza sacrificare i ricavi nel medio periodo. Per rimanere nel settore bancario, possiamo prendere l'esempio dei conti a pacchetto o dei cosiddetti conti zero. Qualcuno ha avuto l'idea, l'ha lanciata e ha conquistato clientela. Gli altri hanno attuato comportamenti imitativi per non perdere terreno. Certo, così hanno eroso il vantaggio competitivo acquisito dal leader, ma è noto che nei servizi finanziari il vantaggio del prezzo non resiste a lungo proprio perche' imitabile. Ma le soluzioni tecniche per una migliore articolazione delle commitment fee non mancano e sarebbe un grave errore non praticarle. |
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