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Giovedì 29 Maggio 2008, 16:57
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Cox e Comcast avrebbero, secondo i dati pubblicati dall’Istituto Max Planck, filtrato più della metà degli utenti per tutta la giornata. Comcast dopo aver negato le accuse in un primo momento avrebbe infatti ammesso in un secondo tempo di aver bloccato solo alcuni protocolli responsabili di traffico pesante e solo nelle ore di punta, in quanto si voleva solo difendere gli interessi delle persone che non scaricano e trovavano il loro traffico rallentato dalle sanguisughe di banda dei filesharer. Per tutelarsi da eventuali “scorrettezze” da parte dei propri providere l’stituto Max Planck avrebbe ideato un software totalmente gratito che traccia la mappa dei provider che dirigono e regolano il fluire dei bit sulle proprie reti nel nome della qualità dei servizi, in barba alle garanzie offerte agli utenti e alla neutralità della rete. Chiamato simbolicamente Glasnost il tool ideato dall’istituto tedesco ha l’obiettivo di consentire ai netizen di operare una scelta consapevole, di affidarsi ad un provider che garantisca effettivamente quello che offre nel contratto. Per eseguire i test sulle reti si è fatto leva sulla collaborazione degli utenti, che tuttora possono vigilare sul comportamento del proprio provider. Un’applet Java simula uno scambio di dati attraverso il browser: vengono inviati dei flussi TCP prima e dopo che la trasmissione con protocollo BitTorrent è stata stabilita. A monitoraggio del flusso dei dati i ricercatori hanno sviluppato degli strumenti per verificare come si comporti la rete con i pacchetti di dati ordinari e con quelli scambiati a mezzo P2P, discernendo tra i problemi di rete e i blocchi operati dal provider che, a mezzo reset packet, hanno l’obiettivo specifico di imbrigliare i dati scambiati a mezzo torrent. La forza del progetto è che si tratta di un’iniziativa bottom-up, a cui possono partecipare tutti i netizen: è possibile testare la propria connessione e tenere sotto controllo il proprio provider. Un test che in queste ore è preso d’assalto dai cittadini della rete: i server sono perennemente occupati, subissati dalle richieste degli utenti insospettiti dai risultati che l’Institute ha rilasciato. Il problema dei filtri non riguarda solo gli Stati Uniti però: il blocco dei flussi P2P sembra una pratica consolidata anche presso il provider StarHub CC3.SI - notizie) di Singapore, ma non lo è altrettanto in Canada, i cui provider sono da tempo nell’occhio del ciclone per un eccessiva invasività nella vita online degli utenti. Anche l’Italia è stata investita dal test: nessun provider sembra però bloccare alcunché. Quelli del Max Plank sono però dati ancora approssimativi, fanno affidamento su un campione non sufficiente per trarre delle conclusioni certe e non monitorano tutte le strategie che i provider potrebbero adottare per dirigere il traffico che scorre sulle proprie reti. Per ulteriori informazioni visita Soldiblog.it |
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