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Banche in affanno? Il vero nodo è l'economia reale
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Dalle decisioni che il Governo dovrà prendere nel giro delle prossime settimane dipenderà il futuro dell’Italia e il volto della finanza. La difficile quadratura del cerchio fra stabilità e competitività del sistema finanziario, fra debito pubblico e misure anti-crisi sembra, infatti, tanto lontana quanto
urgente.
Le nostre banche erano avvantaggiate da una maggiore solidità patrimoniale rispetto alle colleghe europee, è vero, ma il debito pubblico del Bel Paese è in proporzione al Pil uno dei più alti in Europa e in termini assoluti anche uno dei più alti del mondo. La nostra produttività è già in calo (si ricordi l’ultimo calo del Pil dello 0,1%) e i credit default swap sui titoli di Stato italiani, ossia le scommesse sulla bancarotta della Nazione, sono secondi solo a quelli della Grecia fra i grandi d’Europa.Le maggiori banche italiane, ingiustamente bisogna dire, ha registrato delle perdite in borsa spesso superiori a quelle di diverse colleghe europee anche se queste, senza finanziamenti pubblici, sarebbero già a gambe all’aria.Unicredit (Milano: UCG.MI - notizie) ha varato una manovra che porterà il Core (Berlino: LJ1.BE - notizie) tier 1 ratio al 6,7% entro la fine dell’anno e lo ha fatto da sola senza chiedere un centesimo a Roma. Intesa Sanpaolo (Milano: ISP.MI - notizie) (che al momento ha un core tier 1 del 5,7%) ha confermato che entro l’anno raggiungerà la soglia legale del 6% prevista da Basilea II senza chiedere soldi pubblici e che, al massimo, taglierà il dividendo se dovesse aggravarsi la situazione.La Bpm, che ha già il core tier 1 al 6,4 per cento, ha ribadito di poterlo mantenere sopra il 6% anche alla fine dell’anno. Mps ha confermato anche lei che supererà la soglia del 6% in termini di core tier 1 entro l’anno (da ricordare che questa banca ha da poco conquistato l’Antonveneta). Ubi banca (Milano: BPU.MI - notizie) , infine (per rimanere nell’S&P/Mib), ha da poco confermato di essere già sopra il 7% in termini di core tier 1.Tutto bene, anzi benissimo rispetto agli europei allora? No, invece no. Perché le banche europee in barba al libero mercato si sono finanziate con soldi pubblici dopo aver fatto i giochini con i subprime e ora paradossalmente possono in molti casi guardare al mercato con gli occhi del predatore. Il caso di Barclays (Londra: BARC.L - notizie) che prima ha comprato asset dalla fallimentare Lehman Brothers (NYSE: LEH - notizie) e poi è stata finanziata dallo Stato UK è in questo caso esemplare. Fuori dai denti si può insomma dire che oggi le banche italiane sono in svantaggio competitivo per via di interventi delle altre nazioni che hanno alterato il mercato.Il problema è che la coperta è piccola e ne reclamano un pezzo anche gli industriali chiamati in Italia, negli Stati Uniti e in Europa a pagare parte delle perdite bancarie. I bassi tassi d’interesse hanno, infatti, dovuto combattere per diverso tempo con tassi Euribor e Libor (quelli su cui vengono calcolati gli interessi sui prestiti delle banche anche alle aziende) troppo elevati. La base di Confindustria ha già da qualche settimana lanciato l’allarme debito e chiesto al Governo un intervento che salvi le piccole e medie imprese.Moltissimi imprenditori lamentano la crescente difficoltà nei rapporti con le banche stesse e nelle condizioni di rifinanziamento del debito. Proprio per domani è atteso un importantissimo incontro fra il Governo, Confindustria e l’Abi, l’associazione degli industriali. Le forti vendite, apparentemente immotivate o speculative, sui titoli delle banche italiane hanno già spinto Mario Draghi (numero uno della Banca d’Italia) a rinunciare al veto su un aiuto pubblico alle banche. Il come resta però il problema, il quanto sarà sicuramente limitato.Oggi il Sole 24 Ore rilanciava l’ipotesi francese di società veicolo pubbliche che, garantendo con titoli di Stato i propri finanziamenti alle banche, non appesantisse il bilancio e il debito pubblico. L’ipotesi se non originale è quanto meno interessante, anche se un po’ spregiudicata. Il nodo, però, rimane quello di salvare dal tracollo dell’economia reale il Bel Paese. L’industria, i consumi, la produttività sono in crisi e necessitano di incoraggiamenti poderosi e immediati. Salvare le banche di un Paese morente, sarebbe infatti sicuramente un’operazione miope e inutile. I consumatori, che siano correntisti o mutuatari, e le imprese sono stati infatti la vera salvezza del nostro sistema. Levare alle banche stesse e al Paese questo sostegno sarebbe sicuramente folle.
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