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Martedì 31 Marzo 2009, 17:54

Usa: la disoccupazione richiede maggiori interventi

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Le proiezioni dell'Ocse per il 2009 e il 2010 non sono affatto incoraggianti. L'organizzazione di stanza a Parigi prevede una flessione del Pil dei paesi membri del 4,3% a fine anno.

Gli Stati Uniti, epicentro di questa crisi, potrebbero registrare a fine 2009 un calo del loro prodotto del 4% tornando a 0 solo nel 2010. Ancora più drammatico il calo della seconda economia mondiale, il Giappone, che segnerà quest'anno una flessione del 6,6 per cento. L'Eurozona, secondo l'Ocse, registrerà invece un calo del Pil del 4,1 per cento e si riprenderà, come il Giappone, in un secondo momento rispetto agli States. Un elemento davvero preoccupante che la cronaca economica di questi giorni non ha sottolineato abbastanza è invece il crollo dell'occupazione nelle maggiori economie. I dati dell'Ocse confermano questo impatto sociale della crisi e stimano un tasso di disoccupazione in crescita negli Stati Uniti dal 9,1% previsto per il 2009 al 10,3% previsto per il 2010. I ritardi registrati nel monitoraggio dell'occupazione Usa, i timori legati alla crisi dei colossi dell'automobile di Detroit

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(DETROIT.SN - notizie) , l'estendersi a macchia d'olio dei segnali di debolezza dell'economia reale a stelle e strisce, fanno temere in questo caso più di quanto i dati non dicano. Va infatti ricordato che negli ultimi anni oltre il 70% dell'economia statunitense (come di quella giapponese o europea) è stato trascinato dai consumi interni che sono strettamente correlati ai livelli di occupazione. In questo senso - ed è in parte fenomeno già registrato - il calo della domanda delle famiglie americane potrebbe aggravare ancora la crisi e la crescita della disoccupazione per questo e per l'anno prossimo potrebbe in realtà rinviare ancora il ritorno alla crescita e allo sviluppo. Un quadro che in qualche maniera si ritrova anche nel Sol Levante e in Europa, dove il fallimento di grandi e piccoli gruppi industriali ha già intaccato la domanda. Da questo punto di vista puntare sulla Cina è senz'altro prematuro, anche perché l'economia della Repubblica Popolare è ancora troppo legata ai mercati internazionali e all'export per trascinare fuori dalla crisi il mondo occidentale: la tendenza è questa, ma ci vorrà del tempo per un simile spostamento degli equilibri economici globali. Proprio su questo punto le economie che hanno fatto la parte del leone negli ultimi anni rischiano ancora di più. La crescita degli anni passati è stata, infatti, trascinata al rialzo da investimenti nelle esportazioni e dal palleggio delle merci attraverso il globo verso mercati a elevato consumo (spesso purtroppo a debito come nel caso degli Stati Uniti). I "paesi emergenti", visti fino ieri come l'Eldorado (ASSM3.SA - notizie) dei nuovi imprenditori per via della produzione a basso costo e della domanda ancora intonsa, oggi sembrano piegati da crisi profonde, mancanza di capitale, fuga degli investitori, deprezzamento della valuta, rischio di default. Nonostante le casistiche siano molto diverse, in qualche modo le lancette sembrano essere tornate indietro. L'Ocse parla senza mezzi termini della più profonda e ampia depressione dell'ultimo mezzo secolo: il rallentamento del commercio internazionale previsto da Parigi per la fine del 2009 al 13% registra bene le stime di uno stand-by della globalizzazione che potrebbe significare sia assestamento che terremoto. Il citato rallentamento (se non crollo) delle economie emergenti, oggi anche appesantite dal calo dei prezzi delle materie prime, sta già stravolgendo i progetti di crescita globale fatti fino a pochi anni fa. Nel frattempo i mercati azionari di tutto il mondo oscillano ancora dopo un recupero troppo fragile e temporaneo: il fondo del pozzo pare ancora lontano.

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