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ALIMENTARI Troppo caro? No, grazie!
di Fausta Chiesa
Vivere a Napoli o a Rimini fa una bella differenza. E non soltanto per la bellezza e il colore del mare. La città campana vince infatti oltre che in spiaggia anche al supermercato. Perché secondo un’indagine realizzata dal "Il Sole 24 Ore " sui prezzi medi degli alimentari in 57 città fare la spesa nel capoluogo campano è il posto più conveniente di tutta Italia, mentre la città romagnola risulta essere la più cara.
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Per il confronto sono stati scelti venti prodotti di prima necessità. Si tratta di un carrello della spesa “minimalista”, che comprende soltanto beni alimentari, rigorosamente di largo uso: pane, latte, pasta, riso, olio, pomodori pelati, parmigiano/grana, caffè, biscotti frollini. Per un carrello composto da questi 20 prodotti essenziali, una famiglia napoletana spende in un anno poco più di 3mila euro, mentre sulla Riviera Adriatica lo scontrino sale fino a 4.127 euro, con una differenza del 25 per cento.
Rimini non è un caso isolato, visto che la classifica del carovita sui prodotti alimentari ha tra i primi quindici posti ben sei città emiliano-romagnole. Il Nord si conferma comunque l'area più cara del Paese, ma al tempo stesso si scopre che non è soltanto il Sud la patria della convenienza. Tra i centri dove il costo della vita è più contenuto, spiccano le città toscane come Firenze e Grosseto, oltre a località di confine come Gorizia e Como. Qui entrano in gioco alcune variabili come la forte concorrenza sia nella grande distribuzione sia con i centri commerciali situati dall'altra parte della frontiera. Ed è proprio un problema di concorrenza a far “schizzare” i prezzi.
Manca la concorrenza
Nel nostro Paese per i generi alimentari sussistono ancora, nonostante il calo dell’inflazione, distorsioni di prezzo nel passaggio dei prodotti lungo la filiera, dal campo alla tavola, con la conseguenza che, se l’indice complessivo del carovita ad fare aprile ha fatto registrare un incremento dell’1,2%, il carovita sui generi alimentari viaggia a ritmi più che doppi, cioè al 2,7%. E questa distorsione di concorrenza la si osserva soprattutto nel caso della verdura. Secondo dati Gfk, nel 2008 gli italiani hanno consumato meno frutta e verdura (-0,24%), ma hanno speso di più per comprarla (+3,4%). Segno che i prezzi sono aumentati.
"Gli inspiegabili aumenti sono dovuti a inefficienze nella filiera e soprattutto alla scarsa concorrenza", sostiene l’associazione dei consumatori Altroconsumo che ha realizzato un’indagine sull’andamento dei prezzi di alcuni ortaggi. Quest’anno, per esempio, si è verificato un anomalo aumento del prezzo dei kiwi in ottobre, quando inizia la stagione e quindi il prezzo dovrebbe essere il più basso. Per i cavolfiori, normalmente più economici nei mesi invernali e più cari d'estate, a febbraio 2009 è stato registrato un insolito impennarsi dei prezzi, arrivati a sfiorare il livello di luglio scorso. "È lo stesso fenomeno che avevamo denunciato l'anno scorso per gli aumenti della pasta – dice Altroconsumo - fino a che una sentenza dell'Antitrust (febbraio 2009) ci ha dato ragione, condannando le imprese a pagare 12,5 milioni di euro per avere fatto cartello e concordato gli aumenti".
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Troppo caro? No, grazie
L'arma migliore: non accettare di pagare prezzi esorbitanti, guardarsi intorno e scegliere i punti vendita più convenienti. In ogni caso, per avere un’idea precisa e dettagliata di come variano i prezzi nelle città italiana basta farsi un giro sul sito dell'Osservatorio prezzi e tariffe del Ministero dello Sviluppo Economico. Nella tipologia di prodotto “generi alimentari” è possibile fare la ricerca per ogni singola città e vedere come cambiano i prezzi di una trentina di prodotti (acqua, birra, burro, carne, pasta).
E come soluzione estrema basta consolarsi guardando a quanto pagano nel resto d’Europa. In base a un’elaborazione a cura della Camera di Commercio di Milano, infatti, solamente sette tra le più importanti città europee sono meno care rispetto a Milano per fare la spesa.
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